Yoga della conoscenza. Il corpo emotivo III

 IL CORPO EMOTIVO

(parte III)

di

federico tedesco

 

 

 

 

 Nei due precedenti articoli del blog abbiamo esaminato le tesi dei filosofi che più hanno influito sulla formazione etica dell’umanità. Queste tesi possono essere riassunte come segue:

a) Gli stati emotivi sono fenomeni morbosi.

b) Le esigenze del corpo stanno alla base dell’insorgenza di tali fenomeni morbosi:

  1. Corpo-stolto
  2. Corpo-contaminante
  3. Corpo-patogeno

c) Mente e corpo non dànno luogo ad alcuna comunità:

  1. Corpo-strumento
  2. Corpo-indifferente

d) Tra affettività e conoscenza esiste un antagonismo radicale.

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Come abbiamo visto queste tesi hanno concorso in maniera decisiva a determinare la DEIA cui la maggior parte degli esseri umani va normalmente soggetta. In questo articolo vorrei mostrarvi come le ricerche neuroscientifiche condotte da Candace Pert (1946-2013) hanno contribuito ad invertire il processo della DEIA, arrivando a delle conclusioni che capovolgono ognuna delle tesi enunciate di sopra, unitamente ai loro rispettivi corollari.

 

Esaminiamo per primo il ribaltamento dell’idea profondamente radicata secondo cui gli stati affettivi costituiscono fenomeni a carattere sostanzialmente morboso.

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Che il comportamento emotivo dipenda da fenomeni di natura somatica era, come abbiamo visto, perfettamente chiaro anche agli antichi. Aristotele per es. associava la genesi delle passioni somatiche ad una alterazione dello stato termico del corpo. L’ira per es. comportava a suo parere un riscaldamento del sangue presente nella regione cardiaca (cfr. sotto testo n. 1). Viceversa, la paura, era secondo Aristotele uno stato emotivo che si produce in concomitanza con il raffreddamento dell’organismo (cfr. sotto testo n. 1.1). Analogamente, le predisposizioni emotive dipendevano secondo Aristotele dallo stato termico che il corpo dell’agente etico possiede in virtù del suo particolare profilo somatico, il quale non a caso viene chiamato temperamento. Così, Aristotele osservava che gli animali dotati di un temperamento somatico freddo sono quelli più soggetti alla paura (cfr. sotto testo n. 1.2). Ora, le ricerche della biologia cellulare hanno in una certa misura confermato queste intuizioni relative al ruolo del calore nella genesi degli stati emotivi, cui Aristotele è pervenuto sulla base dell’osservazione puramente empirica. Infatti, le interazioni tra la cellula e il suo ambiente avvengono precisamente sulla base delle leggi della termodinamica. Ora, la termodinamica è il campo della fisica in cui si studiano le leggi secondo cui si verificano gli scambi di energia che avvengono in un sistema fisico proprio sotto forma di calore. Le ricerche neuroscientifiche di Candace Pert hanno consentito di stabilire con precisione in che modo gli stati emotivi siano determinati dai processi biochimici che avvengono precisamente a livello cellulare. La Pert ha in altri termini scoperto le molecole delle emozioni.

Da un punto di vista biochimico, alla base della vita emotiva ci sono molecole di aminoacidi secrete dall’organismo, chiamate peptidi.

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Da un punto di vista funzionale, i peptidi appartengono alla famiglia delle molecole informazionali. La funzione dei peptidi è infatti quella di viaggiare attraverso il liquido extracellulare, per fissarsi selettivamente sui recettori allocati sulla membrana delle cellule. I recettori cellulari possono essere concepiti come i sensori per mezzo dei quali le cellule dell’organismo percepiscono il loro ambiente extracellulare. Un neurone ordinario può avere milioni di recettori disposti sulla sua membrana. Ora, abbiamo detto che i peptidi secreti dagli organi viaggiano attraverso il liquido extra-cellulare per fissarsi selettivamente sui recettori delle cellule. I peptidi secreti dagli organi vengono concepiti dai neuroscienziati come sostanze informazionali, in ragione del fatto che, attraverso il recettore su cui si fissano, essi trasmettono un messaggio formulato secondo un codice chimico, che le cellule decodificano per orientare la loro attività in base al tipo di informazione contenuta nel peptide che ha legato coi loro recettori (cfr. sotto testo 1.3). Le cellule di un organo non sono dunque delle monadi, ma unità altamente ricettive che operano in base alle informazioni che ricevono per mezzo dei peptidi secreti da un altro organo. Attraverso i peptidi quindi gli organi del corpo si scambiano informazioni, stabilendo in tal modo una comunicazione che consente loro di coordinare le operazioni che sono preposti a svolgere.

Lo studio biochimico del corpo ha consentito dunque di stabilire che tutti i processi fisiologici si svolgono all’interno del network somatico generato dalle informazioni che gli organi incessantemente si scambiano per mezzo dei peptidi. Ad es. la Pert ha scoperto che i tre principali sistemi del corpo: quello nervoso, quello immunitario, e quello endocrino, non operano uno indipendentemente dall’altro, ma concertano la loro attività precisamente in virtù delle informazioni che si scambiano ininterrottamente attraverso la secrezione di peptidi (cfr. sotto testo n. 2). La scoperta dell’interdipendenza tra i sistemi: nervoso, immunitario, endocrino, ha dato origine ad una nuova disciplina, chiamata neuroimmunoendocrinologia, che si propone di studiare l’interazione che tali sistemi stabiliscono sulla base delle informazioni chimiche trasportate dai peptidi.

Ora, la scoperta che gli organi comunicano per mezzo delle informazioni contenute nei peptidi che si scambiano, ha condotto la Pert a concepire il corpo come una comunità del tutto analoga a quella formata da una orchestra (cfr. sotto testo n. 3).

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Una comunità è un insieme di elementi che conseguono un’unità tale da formare una sola entità, cioè un tutto, o un intero, di cui appunto questi elementi sono le parti costitutive. Ora, la comunicazione ha precisamente la funzione di creare quell’unità in virtù della quale un insieme di elementi qualsivoglia dà luogo ad una comunità. La comunità è l’intero costituito dagli elementi fra i quali intercorre una comunicazione sistematica.  Quindi, la comunicazione che gli organi del corpo stabiliscono attraverso quelle sostanze informazionali che sono i peptidi, consente loro di formare una comunità, cioè un tutto costituito di parti perfettamente integrate. Nella prospettiva della Pert, la salute dell’organismo deve quindi essere definita come l’integrità che il corpo consegue quando i suoi apparati comunicano rapidamente, attraverso lo scambio continuo delle informazioni trasportate dai peptidi che essi secernono (cfr. sotto testo n. 4).

Ora, abbiamo detto che secondo le ricerche neuroscientifiche della Pert, i peptidi sono la base molecolare degli stati affettivi. Conseguentemente, le molecole delle emozioni sono le sostanze informazionali in virtù delle quali gli apparati del corpo comunicano, in modo tale da formare quell’integrità che sta alla base della salute. La scoperta del sostrato biochimico degli stati emotivi invalida quindi la vecchia idea secondo cui il corpo, producendo le passioni somatiche, opera essenzialmente come un fattore contaminante o un agente patogeno.

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In base alla nuova prospettiva della Pert, risulta piuttosto che l’insorgenza degli stati morbosi dipende precisamente dall’asservimento del corpo che la ragione mette in atto, quando reprime tirannicamente le passioni in modo sistematico. Da un punto di vista biochimico infatti, la repressione degli stati affettivi che la ragione opera quando assume un’attitudine tirannica, impedisce alle molecole delle emozioni di circolare rapidamente nel corpo. Conseguentemente, la repressione degli stati affettivi perturba la comunicazione in virtù della quale gli apparati del corpo conseguono quello stato di integrità che sta alla base della salute (cfr. sotto testo n. 5).

Il potere tirannico che gli antichi accordavano alla ragione si è rivelato quindi non solo del tutto illegittimo, ma anche altamente nocivo per la salute dell’essere umano nel suo complesso. Parlo di salute complessiva dell’essere umano in ragione del fatto che in seguito a studi recenti si è scoperto che l’attitudine tirannica che la ragione narcisisticamente assume rispetto al mondo somatico, è la radice non soltanto delle malattie fisica, ma anche dei disturbi di natura psichica. Partendo dalla teoria del cervello trino, Peter A. Levine ha infatti mostrato come i traumi si verificano quando la ragione ignora gli impulsi che la parte più antica del sistema nervoso produce in una situazione di minaccia. Secondo la teoria del cervello trino elaborata da Paul MacLean (1913-2007), il cervello umano è costituito infatti da tre sistemi integrati:

a) Il CERVELLO RETTILE, che è la parte più antica del sistema nervoso centrale, è coinvolto nei comportamenti di natura istintiva come: combatti, scappa, fingiti morto (tanatosi).

b) Il CERVELLO LIMBICO o mammifero regola invece i comportamenti di natura emotiva.

c) La NEOCORTECCIA o cervello razionale supporta invece le operazioni cognitive che contraddistinguono gli esseri umani.

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Ora, secondo le ricerche di Levine il trauma si genera precisamente quando la neocorteccia interferisce con le reazioni istintive che il cervello rettile produce nelle circostanze in cui l’essere umano si trova esposto ad un pericolo che minaccia la sua sopravvivenza. Le interferenze prodotte dalla neocorteccia neutralizzano dunque le reazioni istintive del cervello rettile, generando in tal modo uno stato di confusione che impedisce all’essere umano di fronteggiare la minaccia in maniera efficace. I traumi psichici sono quindi prodotti secondo Levine dalla risposta inefficace che l’uomo mette in atto, quando la sua neocorteccia ignora gli impulsi che il cervello rettile produce in seguito alla percezione di una minaccia (cfr. sotto testo n. 5.1). Possiamo concludere pertanto che alla base dei traumi risiede precisamente l’attitudine dispotica che la ragione assume nel momento in cui si concepisce narcisisticamente come il tiranno del corpo. Ugualmente, le ricerche della Pert hanno mostrato che i disturbi somatici si verificano quando la mente, reprimendo gli stati emotivi, interferisce con la comunicazione che i sistemi del corpo stabiliscono attraverso i peptidi che si scambiano. In questa prospettiva, quindi, l’agente patogeno che sta alla base della genesi degli stati morbosi non è il corpo contaminante che avevano immaginato gli antichi, ma il potere dispotico che essi avevano accordato ad una ragione che narcisisticamente si concepisce come il tiranno del corpo.

Inoltre, l’individuazione delle basi molecolari degli stati emotivi ha capovolta l’idea platonica secondo cui il corpo, essendo la scaturigine degli stati emotivi che perturbano l’attività cognitiva della ragione, è soggetto ad una stoltezza congenita. Abbiamo visto che le ricerche delle Pert hanno individuato nei peptidi le basi molecolari degli stati emotivi. Ora, i peptidi sono sostanze che trasportano le informazioni per mezzo delle quali gli apparati del corpo comunicano tra di loro per concertare le operazioni che sono preposti a svolgere.

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I processi somatici sono quindi il risultato della coordinazione che gli organi stabiliscono in virtù delle informazioni che si scambiano per mezzo dei peptidi. Ora, la scoperta delle basi informazionali dei processi somatici ha consentito di comprendere che il corpo opera non in virtù di un impulso meccanico, ma sulla base di una forza intelligente che consente agli organi di generare, inviare, ricevere, elaborare, e conservare informazioni (cfr. sotto testo n. 6). La scoperta delle basi informazionali dei processi somatici ha dunque fatto decadere la tesi platonica della stoltezza congenita del corpo, unitamente all’idea secondo cui gli stati emotivi operano come agenti patogeni.

Consideriamo ora in che modo le teorie neuroscientifiche di Candace Pert hanno ribaltato la vecchia tesi secondo la quale la mente e il corpo non dànno luogo ad alcuna forma di com-unità. Come abbiamo visto, la com-unità è (a) un insieme di elementi che (b) si uniscono in virtù della comunicazione che stabiliscono tra di loro, (c) allo scopo specifico di conseguir un bene comune. Ora, negli articoli precedenti del blog abbiamo visto che secondo gli antichi tra mente e corpo non intercorre alcuna comunità (koinonia), per la semplice ragione che non esiste un bene che li accomuni (koinon). Infatti, il bene dell’uno non soltanto è indipendente da quello dell’altro, ma è del tutto incompatibile con esso. Nella prospettiva antica, la relazione mente-corpo sottende dunque per sua natura un conflitto, che ha soltanto due esiti possibili: o il dispotismo del corpo sulla mente, o viceversa il dispotismo della mente sul corpo. Secondo gli antichi, gli stati emotivi costituiscono precisamente il punto di innesco del conflitto che impedisce alla relazione mente-corpo di dare luogo ad una com-unità. Se infatti le passioni somatiche vengono assecondate, allora l’attività cognitiva viene inibita e le esigenze della mente negate; se invece è l’attività cognitiva ad essere assecondata, allora le passioni devono essere necessariamente represse, e le esigenze del corpo rinnegate. Una volta ammessa la natura perturbante degli stati emotivi, è necessario scegliere se perseguire il bene del corpo o quello della mente. Ma il fatto che sia necessario operare tale scelta implica che non esiste un bene comune tra la mente e il corpo, ragion per cui la loro relazione non può essere in alcun modo concepita nei termini di una comunità. Candace Pert è pervenuta a capovolgere questa testi, perché lo studio delle basi biochimiche degli stati emotivi rivela precisamente che mente e corpo sono talmente interconnessi, che il bene dell’uno non può essere in alcun modo conseguito indipendentemente dal bene dell’altra. La stretta interdipendenza che esiste tra la mente e il corpo rivela quindi che il loro bene è affatto comune. Consideriamo alcune delle interdipendenze sulla base delle quali la Pert è arrivata a postulare l’esistenza dell’unità mente-corpo.

Abbiamo visto che le molecole delle emozioni sono sostanze informazionali chiamate peptidi, che l’organismo secerne su base genetica. Questo spiega per quale ragione ognuno è dotato di un proprio temperamento emotivo, strettamente connesso con il suo profilo somatico. È chiaro tuttavia che, avendo un sostrato chimico, gli stati emotivi possono essere provocati anche artificialmente, per mezzo dell’assunzione di sostanze come farmaci, droghe e simili. Ora, ciò che bisogna osservare è che gli stati emotivi non dipendono soltanto dai peptidi secreti dal corpo su base genetica, o assunti per mezzo di sostanze psicoattive come gli oppiacei. Anche i pensieri formulati dalla mente influenzano lo stato emotivo di un essere umano. La Pert ha scoperto infatti che il corpo reagisce agli atteggiamenti cognitivi della mente, secernendo precisamente quelle sostanze informazionali che costituiscono la base molecolare degli stati emotivi.  Anche il pensiero più astratto produce nel corpo una reazione somatica, in cui la produzione di peptidi determina un certo assetto biochimico cui consegue un determinato stato emotivo. Il corpo risente dunque della vita cognitiva della mente cui è connessa, per la semplice ragione che i pensieri si traducono in peptidi, e queste sostanze informazionale inducono le cellule del corpo ad operare in un modo invece che in un altro.

Ora, ciò che è interessante notare è che le disposizioni biochimiche che il corpo contrae in seguito alla vita cognitiva della mente, si riverbera a sua volta sulla vita cognitiva della mente stessa. Infatti, affinché il cervello non venga inondato da una moltitudine di impulsi sensoriali da processare, l’organismo senziente dispone di stazioni di posta sensoriali in cui avviene la selezione delle informazioni che afferiscono dai cinque sensi esterni. Ora, i neuro-scienziati hanno scoperto che tutte le stazioni di posta sensoriali sono disseminate di recettori di peptidi, il che significa che sono le molecole dell’emozioni ad avere la funzione di selezionare gli stimoli sensoriali che attraverso vari sinapsi arriveranno al lobo frontale, pervenendo in tal modo alla coscienza. Ora, se la vita cognitiva della mente dipende dalle sensazioni, e se le sensazioni vengono selezionate dai peptidi che il corpo secerne, allora è evidente che la vita cognitiva dipende ultimamente dalle disposizioni biochimiche del corpo, le quali a loro volta sono influenzate dagli atteggiamenti cognitivi della mente.

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La circolarità secondo cui si configurano le interazioni tra mente e corpo, suggerisce chiaramente che lo stato dell’una si riverbera automaticamente sullo stato dell’altro. Lungi dall’escludersi a vicenda, i beni che il corpo e la mente rispettivamente perseguono sono quindi strettamente interconnessi, tale che l’uno non può essere in alcun modo conseguito indipendentemente dall’altro. Tale interdipendenza mostra dunque che mente e corpo perseguono in realtà un bene comune. Prima abbiamo definito la comunità come un insieme di elementi che si uniscono in virtù della comunicazione sistematica che stabiliscono tra di loro, allo scopo di conseguire un bene comune. Quindi, se tra la mente e il corpo esiste un bene comune, allora è necessario che essi lo perseguano, coordinandosi in una unità. Le ricerche sulla natura dei peptidi ha condotto la Pert ha scoprire che la stretta interdipendenza che si riscontra tra gli atteggiamenti cognitivi e gli stati affettivi può essere spiegata unicamente postulando l’esistenza di quell’unità mente-corpo che invece gli antichi avevano escluso in base all’assunto rivelatosi poi erroneo secondo cui mente e corpo perseguono beni indipendenti e incompatibili (cfr. sotto testo n. 7).

La scoperta delle basi molecolari degli stati emotivi, ha consentito dunque alla Pert di comprendere non solo che il corpo si configura come una comunità in cui gli organi operano in maniera strettamente coordinata in virtù delle informazioni che si scambiano attraverso i peptidi; ma anche che la relazione mente-corpo va concepita come una com-unità.

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Per rendersi conto di quanto sia radicale il capovolgimento operato dalle ricerche neuroscientifiche della Pert, bisogna osservare che mentre per gli antichi gli stati emotivi costituiscono il terreno in cui si produce il conflitto tra la mente e il corpo, per la Pert le emozioni vanno invece concepite precisamente come l’interfaccia in cui mente e corpo si uniscono per formare una com-unità (cfr. sotto testo n. 8).

 

Consideriamo infine il capovolgimento del terzo nesso che ci eravamo proposti di esaminare: quello tra conoscenza ed affettività. Come abbiamo visto nei due articoli precedenti, gli antichi consideravano il nesso conoscenza-affettività come una relazione irrimediabilmente conflittuale, in base all’assunto secondo cui gli stati emotivi inibiscono l’attività cognitiva in modo direttamente proporzionale all’intensità secondo cui si producono. Ora, mappando la posizione secondo cui i recettori dei peptidi sono distribuiti all’interno del corpo, la Pert ha scoperto che l’ippocampo è una struttura del cervello che contiene pressoché tutti i recettori delle molecole delle emozioni (cfr. sotto testo n. 8.1).

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Questa scoperta conferma il ruolo del cervello limbico, di cui l’ippocampo è appunto una struttura, nella genesi degli stati emotivi (cfr. sotto testo n. 8.2). Ciò che è interessante notare è che l’ippocampo è una regione del cervello che, supportando la memorizzazione a breve termine, è coinvolta anche nei processi di apprendimento. Dunque l’ippocampo è una componente del sistema nervoso che si contraddistingue per il fatto di essere simultaneamente coinvolta nella conoscenza e nell’affettività.  Il fatto che la medesima struttura encefalica medi sia l’apprendimento che gli stati emotivi, suggerisce che l’affettività svolge un ruolo decisivo non soltanto nel perseguimento delle finalità biologiche di base (conservazione e riproduzione), ma anche in operazioni cognitive quali la memorizzazione e l’apprendimento (cfr. sotto testo n. 8.3). È infatti noto per esperienza quanto sia facile apprendere e ricordare un contenuto che ci coinvolge da un punto di vista emotivo. Da un punto di vista neuroscientifico, quindi, la relazione tra conoscenza ed affettività non si configura necessariamente nei termini conflittuali che avevano immaginato gli antichi, come prova il fatto che esiste una medesima struttura del cervello, l’ippocampo, che è simultaneamente coinvolta nella genesi degli stati emotivi e in processi cognitivi quali l’apprendimento e la memorizzazione. Le neuroscienze dell’affettività non hanno fatto che confermare la sorprendente solidarietà che intercorre tra intelligenza e fenomeni emotivi (cfr. particolarmente Antonio Damasio, L’errore di Cartesio, Milano, 2014).

Le conclusioni principali cui sono pervenute le ricerche della Pert costituiscono pertanto il ribaltamento delle tesi che gli antichi hanno sostenuto in merito all’affettività e alla relazione mente-corpo:

a) la salute dipende ultimamente dalle molecole delle emozioni.

b) il corpo è una realtà altamente intelligente, che opera sulla base di una saggezza congenita a carattere informazionale.

c) mente e corpo danno luogo ad una com-unità.

d) conoscenza ed affettività operano in modo interdipendente e solidale.

L’avversione che gli antichi nutrivano per l’affettività derivava dal fatto di concepire gli stati emotivi come alterazioni per mezzo delle quali una causa esterna sopprime la capacità con cui l’uomo si autodetermina con un atto sovrano dell’intelligenza (cfr. sotto testo n. 9).

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La scoperta secondo cui la relazione mente-corpo si configura come una com-unità fondata sulle informazioni veicolate dai peptidi, ha mostrato tuttavia che la mente non svolge un ruolo passivo nella genesi degli stati emotivi. Abbiamo visto infatti che la secrezione dei peptidi non avviene soltanto su base genetica, ma anche in seguito agli atteggiamenti cognitivi adottati dalla mente. In virtù della com-unità mente-corpo, i pensieri si traducono in peptidi, e i peptidi a loro volta determinano un certo stato emotivo, di cui conseguentemente la mente è responsabile (cfr. sotto testo n. 10). Ne consegue che, invece di reprimere gli stati emotivi cui associamo un effetto disturbante, dovremmo individuare l’atteggiamento mentale dal quale essi traggono origine. Inoltre, la scoperta della com-unità mente-corpo suggerisce un modo più lungimirante di concepire l’insorgenza della malattia. Abbiamo visto che la saluta consiste nell’integrità che gli organi conseguono quando comunicano tra di loro attraverso uno scambio rapido ed ininterrotto delle molecole delle emozioni. Di conseguenza, un’ottusa gestione della affettività provoca una interferenza nella comunicazione in virtù della quale gli organi conseguono quella coordinazione che sta alla base della salute.

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Davanti ad un problema fisico di qualsiasi entità bisognerebbe chiedersi quindi qual è l’atteggiamento cognitivo che perturba la comunicazione che i sistemi del corpo stabiliscono per mezzo delle molecole delle emozioni. È invece assurdo ostinarsi a concepire il corpo come una macchina i cui problemi di usura possono essere risolti semplicemente sostituendone i pezzi deteriorati, o oliandone gli ingranaggi arrugginiti per mezzo dell’assunzione di farmaci (cfr. sotto testo n. 11). Infine, abbiamo visto che le molecole delle emozioni sono non solo il mezzo con cui gli organi si scambiano informazioni, ma anche l’interfaccia per mezzo della quale l’unità mente-corpo comunica. Prestando attenzione alla propria vita affettiva, l’agente etico può quindi ascoltare la comunicazione che si svolge nella sua unità mente-corpo, per decidere eventualmente di reimpostarla nel caso in cui essa vada soggetta a qualche interferenza.

I corollari fondamentali che derivano dalle ricerche neuroscientifiche di Candace Pert possono essere pertanto formulati sinteticamente come segue:

  • Poiché i pensieri si traducono in molecole di emozioni, per liberarsi dagli stati emotivi disturbanti non bisogna reprimerli, ma ricercare piuttosto l’atteggiamento cognitivo dal quale essi traggono origine.
  • Il corpo non è un automa inerziale o una macchina cibernetica, ma un membro della com-unità psicosomatica. I problemi cui il corpo va soggetto non vengano pertanto risolti per mezzo dell’assunzione di farmaci, ma individuando le interferenze che perturbano la comunicazione in atto nella com-unità mente-corpo.
  • Poiché gli stati emotivi sono l’interfaccia attraverso cui corpo e mente comunicano, l’auscultazione della propria affettività consente all’agente etico di percepire il dialogo che si svolge nella com-unità psicosomatica, per decidere eventualmente di reimpostarlo nel caso in cui la comunicazione mente-corpo sia disturbata.

 

 

Antologia

  1. «Il fisico la definirà [l’ira] come l’ebollizione del sangue e del calore intorno al cuore», (Aristotele, Sull’anima, I, 1, 403 a 32-403 b 1).

1.1. «La paura [phobos] è una forma di raffreddamento», (Aristotele, Retorica, II, 13, 1389 b 33).

1.2. «…la paura raffredda: gli animali dunque che hanno un cuore il cui profilo somatico è freddo, tendono verso questo stato emotivo», (Aristotele, Le parti degli animali, II, 4, 650 b 29-30).

1.3. «Il recettore, avendo ricevuto un messaggio, lo trasmette all’interno della cellula [= al nucleo], dove il messaggio stesso può modificare lo stato della cellula in modo drammatico…la vita della cellula è regolata dai recettori che si trovano sulla superficie, e dal fatto che tali recettori siano occupati da leganti [= sostanze informazionali] oppure no», (C. Pert, Molecole di emozioni [=ME], Milano, 2000, p.  25).

  1. «Ciò che avevamo accertato nella nostra ricerca era che il cervello, le ghiandole, il sistema immunitario, e in sostanza l’organismo intero, erano uniti in uno straordinario sistema [= network somatico], coordinato dall’azione di molecole-messaggere [= peptidi]», (ME, p. 205).
  2. «I peptidi sono lo spartito contenente le note [= le informazioni]…che consentono all’orchestra – il corpo – di suonare come un’entità unica [= una comunità]», (ME, p. 176).
  3. «Un sistema è sano, o ‘integro’, una parola che corrisponde meglio al concetto di salute, quando questi scambi [delle informazioni veicolate dai peptidi] sono rapidi e non incontrano ostacoli», (ME, p. 309).
  4. «Dato che l’espressione delle emozioni è sempre legata ad un flusso specifico di peptidi nel corpo, la repressione cronica delle emozioni sfocia in un disturbo grave della rete psicosomatica», (ME, p. 229).

5.1. «Quando si trova a dover affrontare una situazione di minaccia per la sua vita, il nostro cervello razionale può confondersi e non tener conto dei nostri impulsi istintivi. Anche se questa prevaricazione sugli impulsi può essere fatta per una buona ragione, la confusione che l’accompagna crea il palcoscenico per quello che io definisco il ‘complesso di Medusa’ – il dramma del trauma. Come nel mito greco di Medusa, la confusione umana che può scaturire mentre guardiamo in faccia la morte è in grado di trasformarci in pietre. Possiamo letteralmente irrigidirci per la paura, e questo come risultato genererà sintomi traumatici», (Peter A. Levine, Traumi e shock emotivi, Cesena, 2002, p. 33).

  1. «Nel vecchio paradigma [meccanicistico] il corpo era visto in termini di energia e materia…Aggiungendo al processo le informazioni, ci rendiamo conto che a guidare il tutto è una forza intelligente: non si tratta di energia che agisce sulla materia per creare il comportamento, ma di intelligenza, sotto forma di informazioni che affluiscono a tutti i sistemi [del corpo] determinando il comportamento…Cannon aveva intuito questa realtà quando aveva fatto allusione alla ‘saggezza del corpo’», (ME, p. 221).
  2. «Dimostro in che modo le molecole delle emozioni [= peptidi] regolano ogni sistema del nostro corpo, e come questo sistema di comunicazione sia in effetti una dimostrazione dell’intelligenza dell’unità mente-corpo», (ME, p. 19).
  3. «Sono le emozioni, ho finito di capire, ad unire fra loro mente e corpo», (ME, p. 19).

8.1. «In effetti è stato dimostrato che l’ippocampo, una regione del cervello senza la quale non siamo in grado di apprendere nulla di nuovo, è un punto nodale per i recettori delle molecole delle emozioni, in quanto li contiene praticamente tutti», (ME, p. 172).

8.2. «Le strutture fondamentali del cervello limbico, come l’amigdala, l’ippocampo e la corteccia limbica, che secondo i neuroscienziati erano coinvolti nel comportamento emozionale, contengono addirittura dall’85% al 95% dei vari recettori di neuropeptidi», (ME, p, 158).

8.3. «Non occorre un esperto di teoria delle emozioni per riconoscere che esiste un nesso molto stretto tra emozioni e memoria: per la maggior parte di noi il primo ricordo…è carico di emozioni molto intense. Uno degli scopi più importanti delle emozioni, dal punto di vista evolutivo, è aiutarci a decidere cosa occorre ricordare e cosa invece è più opportuno dimenticare…Le emozioni aiutano a consolidare i ricordi», (ME p. 171).

  1. «Il termine pathos è sorto dal profondo dello spirito greco, che è tutto volto all’attività e all’autonomo operare, e comprende sotto il notto di “sofferenze” [= pathe] tutti i processi in cui l’iniziativa viene dall’esterno e il soggetto ha un comportamento passivo», (M. Pohlenz, La Stoa, Milano, 2005, p. 284).
  2. «Dobbiamo assumerci la responsabilità delle emozioni che proviamo. Non è vero che gli altri possono farci sentire bene o male: siamo noi che, in modo più o meno cosciente, scegliamo come sentirci… Sotto molti aspetti, il mondo esterno è uno specchio che riflette le nostre convinzioni e aspettative», (ME, p. 387).
  3. «E ora che so che il mio corpo possiede una saggezza, questo richiede un nuovo genere di responsabilità da parte mia. Non posso continuare a comportarmi come una macchina inanimata che aspetta di essere riportata dal meccanico…altrimenti noto come medico. Ora ho la capacità potenziale di intervenire sul mio stesso organismo, per assumere un ruolo attivo nella mia guarigione», (ME, p. 314).

 

 

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